La mia filosofia

 

Ho provato a pensare al senso che potrebbe avere per me questo mestiere, e mi viene spontaneo associarlo a quella fantastica favola che Collodi regalò agli onori degli italiani. Mi piace pensare a Mastro Geppetto come al liutaio più illustre dell’immaginazione, ed a Pinocchio come al più perfetto degli strumenti. Quel fantastico artigiano è riuscito a ricavare da un pezzo di legno un essere parlante. Sembrerà forse un paragone azzardato ma questa deve essere la sensazione alla quale deve aspirare il liutaio mentre crea il suo strumento, e deve soprattutto riuscire a trasmetterla al musicista quando egli incontrerà la propria voce mancata.



Parto dal presupposto che non v’è differenza tra un cantante ed uno strumentista, se non il mezzo adoperato per esprimersi. Gli strumentisti, a differenza dei cantanti, devono servirsi di un mezzo che vada a sostituire la voce, la fonte del suono. La cosa fondamentale è che non è importante lo strumento adottato bensì la necessità intima di fare musica. Indirizzarsi verso uno strumento o l’altro dipende solo dall’indole e dalle esperienze del singolo. Si dovrebbe considerare il proprio strumento come un’estensione del corpo, come l’intima parte, che, aggiunta, a se stessi, serve ad esteriorizzare la musica interiore.

Entrare in contatto con un liutaio vuol dire fare un salto indietro nel tempo. Riscoprire i ritmi pazienti di un mestiere antico ove, sia pur con le tecnologie moderne (se utilizzate), l’uomo artigiano rimane sempre in primo piano, superato solo dalla materia prima: il legno. E’ da questa realtà che dovrebbe provenire "l'altra propria voce".

 


Si deve avere la sensazione insieme mistica e poetica di ricercare un "oggetto" che rimane sospeso tra la fisicità delle forme definite e l’impalpabilità del suono che ne esce cogliendo le sensazioni forti di essere nel luogo dove si scopre o si trova la parte mancante della propria musica: è una magia.

 

"Stradivari non fu il depositario o lo scopritore di nessun particolare segreto. L´insistere in una visione tanto superficiale e ristretta della sua personalità e della sua opera, significa oltre tutto distruggere il valore e ridurlo ad un empirico, magari fortunato, praticante. Egli fu Stradivari, perchè nelle sue creazioni concorsero e si riassunsero felicemente; genialità, conoscenze matematiche e della natura unite a profondo spirito di riflessione e di ricerca, sensibilità di artista, eccezionale abilità tecnica, esperienza e tradizione."

Sono le parole che concludono il libro "I segreti di Stradivari" del grande Maestro Simone Sacconi (che di Stradivari ne ha restaurati trecentocinquanta) e che spesso mi ha citato il mio Maestro Mario Novelli. Questa è la verità sul “segreto” di Stradivari: il dono di riuscire egregiamente nell’intento di convogliare le proprie conoscenze, esperienze e sensibilità in un oggetto.




Una chitarra. Dietro ad uno strumento una storia, l’uomo e il suo mondo interiore, il valore aggiunto che può essere presente solo in un manufatto. Ma in piú l'umiltà di non imporre il proprio suono ma di capire che dopo di lui c´è il musicista con la propria idea interpretativa. Per questo lo strumentista avrà la necessità di capire a quale stile è più incline. Non esiste il migliore strumento in assoluto, esiste invece lo strumento giusto, quello in grado di far risaltare al meglio l'espressività del singolo interprete.